Dopo una lunga riflessione ho deciso di sdoppiare il blog e crearne uno dedicato all'apicultura, ormai su terraedintorni c'è troppa anarchia, troppi argomenti e quando devo rivedere qualcosa che ho scritto sulle api fatico a ritrovarmici, questo mi ha portato a fare questa scelta, un pò d'ordine nel caos, ma continuerà a regnare l'anarchia.
La nuova finestra che ho aperto la potrete trovare http://apiculturaedintorni.blogspot.com/, non voglio insegnare nulla, ma solo raccontare di api e dei loro fatti (gossip apistico).
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lunedì 6 giugno 2011
sabato 30 aprile 2011
Allarme per il castagno
Il cinipede galligeno fotografato nella parte superiore delle foglie e nel lato inferiore delle foglie.
Nella foto sotto particolare della galla.
Direi che ormai possiamo chiamarlo allarme, il cinipide galligeno del castagno da quando ha fatto la sua comparsa in Italia nel 2002 in provincia di Cuneo ha ormai impestato tutte le zone a coltivazione del castagno d’Italia, la sua propagazione è stata esponenziale e velocissima.
Ma cos’è il cinipede galligeno?, un imenottero originario della Cina, da li in maniera accidentale è stato introdotto nel 1941 in Giappone, nel 1963 in Corea e nel 1974 negli Stati Uniti.
Colpisce tutte le piante di castagno europeo sia selvatiche che innestate, i castagni ibridi euro-giapponesi e quelli orientali.
Questo parassita si riproduce una sola volta l’anno depositando 100/150 uova da cui nascono solo femmine (vi è assenza del maschio), le uova vengono deposte nelle gemme e hanno uno sviluppo molto lento in primavera con l’inizio della vegetazione si formano delle galle attorno alle uova, ogni galla può contenere da 20 a trenta uova, l’insetto adulto fuoriesce dalla galla dalla fine di giugno alla metà di luglio.
La sua propagazione avviene o per astoni e marze infette oppure per il volo degli insetti o in maniera passiva trasportati da camion, automobili ecc.
La lotta contro questo parassita è molto difficile, si può contrastare solo con un’insetto antagonista, ma in questo momento siamo molto arretrati in questo contrasto, soltanto nel 2004 si è provveduto a sperimentare l’antagonista per vedere se si acclimatava, visto che l’insetto arrivava dal Giappone dove aveva dato risultati di buon contenimento del parassita.
Dico che la situazione è grave perché ormai si è esteso in tutta Italia, nel Lazio è presente dal 2005, in Campania dal 2008, in Abruzzo dal 2005, in Lombardia dal 2006, in Trentino dal 2007, in Liguria dal 2007, in Emilia Romagna dal 2008, in Veneto dal 2007, in Sardegna dal 2008 e in Toscana i primi focolai dal 2008 ma ormai tutta la regione ne è infestata.
Considero grave la situazione in quanto i danni che questo parassita compie sono un calo della fruttificazione pari a un 70-80% e un deperimento delle piante stesse.
La cosa preoccupante è che oltre a una minore produzione di castagne, in una zona come la mia la Lunigiana, unica zona con milele DOP in cui si riversano negli ultimi anni migliaia di alveari nomadisti, questo crea un problema anche alle api essendo il miele di castagno il raccolto principale mentre l’acacia riveste una minore importanza, ci troveremo con un numero spropositato di alveari ma con poco pascolo per le api, già a inizio primavera si era notata la difficoltà su certi apiari causata da un’eccessiva densità di sciami rispetto ai fiori presenti, pertanto vista l’infestazione massiccia del parassita in zona e stimato un calo del 75% della fioritura del castagno lascio a voi trarne le conseguenze.
Gli interventi di lotta che sta portando avanti la regione Toscana daranno i loro frutti in un periodo di tempo che possiamo stimare da 6 a 10 anni, quindi credo avremo un periodo difficile anche per l’apicultura in generale, questo devo dire mi lascia sconsolato.
Nella foto sotto particolare della galla.
Direi che ormai possiamo chiamarlo allarme, il cinipide galligeno del castagno da quando ha fatto la sua comparsa in Italia nel 2002 in provincia di Cuneo ha ormai impestato tutte le zone a coltivazione del castagno d’Italia, la sua propagazione è stata esponenziale e velocissima.
Ma cos’è il cinipede galligeno?, un imenottero originario della Cina, da li in maniera accidentale è stato introdotto nel 1941 in Giappone, nel 1963 in Corea e nel 1974 negli Stati Uniti.
Colpisce tutte le piante di castagno europeo sia selvatiche che innestate, i castagni ibridi euro-giapponesi e quelli orientali.
Questo parassita si riproduce una sola volta l’anno depositando 100/150 uova da cui nascono solo femmine (vi è assenza del maschio), le uova vengono deposte nelle gemme e hanno uno sviluppo molto lento in primavera con l’inizio della vegetazione si formano delle galle attorno alle uova, ogni galla può contenere da 20 a trenta uova, l’insetto adulto fuoriesce dalla galla dalla fine di giugno alla metà di luglio.
La sua propagazione avviene o per astoni e marze infette oppure per il volo degli insetti o in maniera passiva trasportati da camion, automobili ecc.
La lotta contro questo parassita è molto difficile, si può contrastare solo con un’insetto antagonista, ma in questo momento siamo molto arretrati in questo contrasto, soltanto nel 2004 si è provveduto a sperimentare l’antagonista per vedere se si acclimatava, visto che l’insetto arrivava dal Giappone dove aveva dato risultati di buon contenimento del parassita.
Dico che la situazione è grave perché ormai si è esteso in tutta Italia, nel Lazio è presente dal 2005, in Campania dal 2008, in Abruzzo dal 2005, in Lombardia dal 2006, in Trentino dal 2007, in Liguria dal 2007, in Emilia Romagna dal 2008, in Veneto dal 2007, in Sardegna dal 2008 e in Toscana i primi focolai dal 2008 ma ormai tutta la regione ne è infestata.
Considero grave la situazione in quanto i danni che questo parassita compie sono un calo della fruttificazione pari a un 70-80% e un deperimento delle piante stesse.
La cosa preoccupante è che oltre a una minore produzione di castagne, in una zona come la mia la Lunigiana, unica zona con milele DOP in cui si riversano negli ultimi anni migliaia di alveari nomadisti, questo crea un problema anche alle api essendo il miele di castagno il raccolto principale mentre l’acacia riveste una minore importanza, ci troveremo con un numero spropositato di alveari ma con poco pascolo per le api, già a inizio primavera si era notata la difficoltà su certi apiari causata da un’eccessiva densità di sciami rispetto ai fiori presenti, pertanto vista l’infestazione massiccia del parassita in zona e stimato un calo del 75% della fioritura del castagno lascio a voi trarne le conseguenze.
Gli interventi di lotta che sta portando avanti la regione Toscana daranno i loro frutti in un periodo di tempo che possiamo stimare da 6 a 10 anni, quindi credo avremo un periodo difficile anche per l’apicultura in generale, questo devo dire mi lascia sconsolato.
domenica 6 marzo 2011
DOMENICA POMERIGGIO
Una domenica pomeriggio qualsiasi, ovvero oggi pomeriggio sono andato a fare un giro a piedi nella piana di Filattiera e ho subito incontrato il pastore con il suo gregge, due chiacchiere con lui, 200 pecore e 7 cani, i discorsi sul formaggio e gli immancabili riferimenti ai lupi che popolano il nostro appennino, poi visto che ora sembra importante la parcondicion visto che avevo fotografato le pecore nere, sono andato nella zona di Bassone a fotografare quelle bianche.
Ecco giusto per la cronaca e che qualcuno non dica che sono di parte, ma torniamo alla piana di Filattiera qua sotto fotografata nel suo insieme con il paese fi Filattiera sullo sfondo e il crinale appenninico tutto imbiancato di neve, questo è un luogo pieno di storia, crocevia di tutti quelli che sono passati per le Lunigiana nei secoli, basti ricordare in zona la torre e la chiesa di San Giorgio, luogo in cui la sovraintendenza ha effettuato varie campagne
di scavi archeologici, al ritrovamento nella chiesa stessa di statue menihr, insomma la Lunigiana da qualunque parte la si calpesti, si stà calpestando la storia, dei Liguri-apuani prima, dei Romani, dei Longobardi e cosi via fino a noi.
Ma ora torniamo a cose che mi intrippano di più, camminavo e osservavo, vedo un bosso in fiore, guardo meglio e vedo che è bottinato con tanto ardore da api cariche di polline e non potevo non immortalarle
anche per far contenti i miei amici apicultori che si chiedevano cosa diavolo stiano bottinando le api in questo periodo e così un piccolo escursus di fiori, alcuni non tutti, e così qua sotto delle timide pratoline
fra i rovi e gli sterpi abbandonato a se stesso questo splendido esemplare di .............
ma già albicocchi con i loro fiori si adornano
altri gli rispondono a breve pronti per un tripudio di fiori
anche l'erica non vuol essere da meno
scostati lungo il bordo della strada questi si ergono
ma dirimpetto subito delle primunle gli rispondono
non potevano mancare le viole odorose
ma anche i giardini rispondono con la sassifraga in fiore
anche il pesco ornamentale (così mi pare si chiami), insomma è già un tripudio di fiori.
Ecco la nota stonata, la foto fa schifo ma la pubblico comunque, per onor di cronaca, una rosa che già a questa stagione, ancor prima di iniziare a vegetare è infestata di pidocchi, vedremo se sopporteranno il freddo previsto per i prossimi giorni.
Per finire Otito uno dei numerosi gatti randagi che girano attorno a casa, ma stavolta voglio essere di parte
niente gatti di altri colori, e così finisce una domenica pomeriggio.
Ecco giusto per la cronaca e che qualcuno non dica che sono di parte, ma torniamo alla piana di Filattiera qua sotto fotografata nel suo insieme con il paese fi Filattiera sullo sfondo e il crinale appenninico tutto imbiancato di neve, questo è un luogo pieno di storia, crocevia di tutti quelli che sono passati per le Lunigiana nei secoli, basti ricordare in zona la torre e la chiesa di San Giorgio, luogo in cui la sovraintendenza ha effettuato varie campagne
di scavi archeologici, al ritrovamento nella chiesa stessa di statue menihr, insomma la Lunigiana da qualunque parte la si calpesti, si stà calpestando la storia, dei Liguri-apuani prima, dei Romani, dei Longobardi e cosi via fino a noi.
Ma ora torniamo a cose che mi intrippano di più, camminavo e osservavo, vedo un bosso in fiore, guardo meglio e vedo che è bottinato con tanto ardore da api cariche di polline e non potevo non immortalarle
anche per far contenti i miei amici apicultori che si chiedevano cosa diavolo stiano bottinando le api in questo periodo e così un piccolo escursus di fiori, alcuni non tutti, e così qua sotto delle timide pratoline
fra i rovi e gli sterpi abbandonato a se stesso questo splendido esemplare di .............
ma già albicocchi con i loro fiori si adornano
altri gli rispondono a breve pronti per un tripudio di fiori
anche l'erica non vuol essere da meno
scostati lungo il bordo della strada questi si ergono
ma dirimpetto subito delle primunle gli rispondono
non potevano mancare le viole odorose
ma anche i giardini rispondono con la sassifraga in fiore
anche il pesco ornamentale (così mi pare si chiami), insomma è già un tripudio di fiori.
Ecco la nota stonata, la foto fa schifo ma la pubblico comunque, per onor di cronaca, una rosa che già a questa stagione, ancor prima di iniziare a vegetare è infestata di pidocchi, vedremo se sopporteranno il freddo previsto per i prossimi giorni.
Per finire Otito uno dei numerosi gatti randagi che girano attorno a casa, ma stavolta voglio essere di parte
niente gatti di altri colori, e così finisce una domenica pomeriggio.
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domenica 27 febbraio 2011
ARNIA
Ed eccoci finalmente ad iniziare e portare avanti il progetto apistico 2011, lo so me la prendo con grande calma, ma non è che ci sia poi tutta questa grande attesa per la mia nuova arnia, ma facciamo prima una premessa per capire meglio le motivazioni che mi portano a realizzare un nuovo modello di arnia.
Nella storia dell'apicoltura solo di recente si è cercato di dare un'abitazione alle api che fosse funzionale e razionale, passando dai bugni villici a arnie delle più svariate forme e misure (dico recente perchè questo è cominciato a succedere solo attorno alla metà del 1800 e poco più di 150 anni non sono molti nella storia), in tanti si sono cimentati dall'abate, al curato, e molte volte le misure differivano di pochi centimetri le une dalle altre, a volte si creava una nuova arnia scopiazzandone una già esistente, poi nel proseguo di questa frammentazione durante i vari congressi di apicultura si è cercato di uniformare il più possibile le misure per una questione di praticità, e ottenere in questo modo una facile interscambiabilità tra i vari apicoltori.
Oggi giorno se andiamo ad acquistare un'arnia possiamo scegliere fra una da 10 telaini oppure da 12 telaini, e non serve specificare null'altro in quanto le misure si sono standardizzate, di difficile reperibilità sono le Warrè mentre per le Topbar bisogna costruirsele in quanto non si trovano nel mercato, cosa significa questo?, semplice che abbiamo uniformato l'apicultura.
Se dovessimo trasferire questo concetto sugli esseri umani è come se creassimo dei moduli abitativi per le persone e pretendessimo che la stessa abitazione venisse realizzata in riva al mare a Santa Maria di Leuca in puglia e identica si realizase a Selva di Val Gardena in trentino, senza tenere conto ne di altitudini e nemmeno di climi diversi, di escursioni termiche diverse, questo farebbe si che in una delle due abitazioni la vita risulterebbe sgradevole.
Dopo questa breve premessa e rammentando che in passato ho avuto dei piccoli apiari stanziali a 100 metri d'altitudine in pianura padana, successivamente a 500 metri d'altitudine sulle prealpi e ora il mio apiario si trova sull'appennino a 760 metri e torno a ripetrelo è stanziale, dall'osservazione del clima, le sue escursioni termiche, la flora esistente, la capacità di bottinare polline (cosa molto importante più del miele), dalle correnti d'aria presenti nella zona, dall'osservazione di come sono gli inverni e come sono le estati, ho dedotto che devo trasformare le mie arnie come descriverò accuratamente più avanti.
Un'ultima cosa prima di proseguire, non vi dirò mai che la mia arnia è la migliore in assoluto, penso solo che sia la migliore per il posto dove è situato il mio apiario e ho deciso di costruirla e metterla a confronto con un'arnia classica per confutare la validità delle mie affermazioni, sicuramente non è adatta per un posto di mare o per la pianura, anche se potrebbe funzionare comunque.
Bene ora cominciamo con le sua descrizione teorica, come punto di partenza prendiamo il telaino che è l'anima dell'arnia, un'arnia classica come misure di telaino interne ha mm. 415 x mm. 268, questo vuol dire che sviluppa un'area di cmq. 1112,2 pertanto un'arnia da 10 telaini che è quella che funziona meglio nella mia zona quando ha tutti i telaini permette alle api di lavorare su una superfice considerando entrambe le facciate del telaino pari a metri quadrati 2,2244 questa superfice serve per deporre le uova, le scorte di polline e il miele, da attente osservazioni guardandi il sistema usato dalla regina per depone le uova e comparandolo a quanto riportavo sopra ovvero le osservazioni climatiche ma non solo, ho deciso di costruire un'arnia a dieci telaini, ma contenente nove telaini più un diaframma con il telaino aventi misure interne pari a mm. 350 x mm. 350 un telaino quadrato che sviluppa un'area di cmq. 1225 considerando i nove telaini avremo una superfice di sviluppo tenute conto di entrambe le facciate pari a metri quadrati 2,205.
Come si può osservare la superfice di sviluppo differisce di pochissimo, ma dovrebbe permettere alla regina di deporre con maggiore tranquillità avendo modo di sviluppare la covata su un telaino in meno, ma approffittando dello sviluppo in verticale che dovrebbe permettere alle api di gestire meglio gli sbalzi termici primaverili, considerandi che si passa da giornate decisamente calde e primaverili come quelle dei giorni scorsi a giornate come quella odierna che trascorriamo sotto la neve, credo che il benificio si potrà vedere anche durante l'inverno permettendo al glonere di godere di una migliore gestione del caldo.
L'unico dato negativo di questo telaino credo sia quello della più difficile estrazione, ma in aiuto dovrebbe venirci il diaframma, questo telaino l'ho pensato per il benessere dell'ape e non per la praticita dell'apicultore Mauri (credo sia giusto che io fatichi almeno un pò).
Sempre per rimanere in tema telaini ho previsto di far lavorare le api da metà marzo circa fino metà novembre (questo indicativamente) a telaino freddo, mentre per il restante periodo a telaino caldo, questo comporterà due aperture d'uscita nell'arnia di misure differenti su due lati contigui, chiaramente quando sarà aperta una l'altra resterà chiusa, prevedo di conservare sempre l'uscita verso sud-est, questo comporterà un ruotare l'arnia su se stessa quando cambierò l'uscita, ma di tutto questo ne parlerò la prossima volta.
Nella storia dell'apicoltura solo di recente si è cercato di dare un'abitazione alle api che fosse funzionale e razionale, passando dai bugni villici a arnie delle più svariate forme e misure (dico recente perchè questo è cominciato a succedere solo attorno alla metà del 1800 e poco più di 150 anni non sono molti nella storia), in tanti si sono cimentati dall'abate, al curato, e molte volte le misure differivano di pochi centimetri le une dalle altre, a volte si creava una nuova arnia scopiazzandone una già esistente, poi nel proseguo di questa frammentazione durante i vari congressi di apicultura si è cercato di uniformare il più possibile le misure per una questione di praticità, e ottenere in questo modo una facile interscambiabilità tra i vari apicoltori.
Oggi giorno se andiamo ad acquistare un'arnia possiamo scegliere fra una da 10 telaini oppure da 12 telaini, e non serve specificare null'altro in quanto le misure si sono standardizzate, di difficile reperibilità sono le Warrè mentre per le Topbar bisogna costruirsele in quanto non si trovano nel mercato, cosa significa questo?, semplice che abbiamo uniformato l'apicultura.
Se dovessimo trasferire questo concetto sugli esseri umani è come se creassimo dei moduli abitativi per le persone e pretendessimo che la stessa abitazione venisse realizzata in riva al mare a Santa Maria di Leuca in puglia e identica si realizase a Selva di Val Gardena in trentino, senza tenere conto ne di altitudini e nemmeno di climi diversi, di escursioni termiche diverse, questo farebbe si che in una delle due abitazioni la vita risulterebbe sgradevole.
Dopo questa breve premessa e rammentando che in passato ho avuto dei piccoli apiari stanziali a 100 metri d'altitudine in pianura padana, successivamente a 500 metri d'altitudine sulle prealpi e ora il mio apiario si trova sull'appennino a 760 metri e torno a ripetrelo è stanziale, dall'osservazione del clima, le sue escursioni termiche, la flora esistente, la capacità di bottinare polline (cosa molto importante più del miele), dalle correnti d'aria presenti nella zona, dall'osservazione di come sono gli inverni e come sono le estati, ho dedotto che devo trasformare le mie arnie come descriverò accuratamente più avanti.
Un'ultima cosa prima di proseguire, non vi dirò mai che la mia arnia è la migliore in assoluto, penso solo che sia la migliore per il posto dove è situato il mio apiario e ho deciso di costruirla e metterla a confronto con un'arnia classica per confutare la validità delle mie affermazioni, sicuramente non è adatta per un posto di mare o per la pianura, anche se potrebbe funzionare comunque.
Bene ora cominciamo con le sua descrizione teorica, come punto di partenza prendiamo il telaino che è l'anima dell'arnia, un'arnia classica come misure di telaino interne ha mm. 415 x mm. 268, questo vuol dire che sviluppa un'area di cmq. 1112,2 pertanto un'arnia da 10 telaini che è quella che funziona meglio nella mia zona quando ha tutti i telaini permette alle api di lavorare su una superfice considerando entrambe le facciate del telaino pari a metri quadrati 2,2244 questa superfice serve per deporre le uova, le scorte di polline e il miele, da attente osservazioni guardandi il sistema usato dalla regina per depone le uova e comparandolo a quanto riportavo sopra ovvero le osservazioni climatiche ma non solo, ho deciso di costruire un'arnia a dieci telaini, ma contenente nove telaini più un diaframma con il telaino aventi misure interne pari a mm. 350 x mm. 350 un telaino quadrato che sviluppa un'area di cmq. 1225 considerando i nove telaini avremo una superfice di sviluppo tenute conto di entrambe le facciate pari a metri quadrati 2,205.
Come si può osservare la superfice di sviluppo differisce di pochissimo, ma dovrebbe permettere alla regina di deporre con maggiore tranquillità avendo modo di sviluppare la covata su un telaino in meno, ma approffittando dello sviluppo in verticale che dovrebbe permettere alle api di gestire meglio gli sbalzi termici primaverili, considerandi che si passa da giornate decisamente calde e primaverili come quelle dei giorni scorsi a giornate come quella odierna che trascorriamo sotto la neve, credo che il benificio si potrà vedere anche durante l'inverno permettendo al glonere di godere di una migliore gestione del caldo.
L'unico dato negativo di questo telaino credo sia quello della più difficile estrazione, ma in aiuto dovrebbe venirci il diaframma, questo telaino l'ho pensato per il benessere dell'ape e non per la praticita dell'apicultore Mauri (credo sia giusto che io fatichi almeno un pò).
Sempre per rimanere in tema telaini ho previsto di far lavorare le api da metà marzo circa fino metà novembre (questo indicativamente) a telaino freddo, mentre per il restante periodo a telaino caldo, questo comporterà due aperture d'uscita nell'arnia di misure differenti su due lati contigui, chiaramente quando sarà aperta una l'altra resterà chiusa, prevedo di conservare sempre l'uscita verso sud-est, questo comporterà un ruotare l'arnia su se stessa quando cambierò l'uscita, ma di tutto questo ne parlerò la prossima volta.
martedì 18 gennaio 2011
CONOSCI LE TUE API?
Noi impariamo a conoscere il nostro cane, il nostro gatto, li vediamo crescere, costruiamo con loro un rapporto, capiamo la loro indole, sappiamo dire se sono di razza oppure se sono dei meticci, conosciamo un sacco di cose su di loro, sappiamo se sono docili o agressivi, li possiamo rendere sicuri nei nostri confronti oppure diffidenti o anche aggressivi.
Possiamo costruire un rapporto oltre che con il cane e il gatto anche con un cavallo, con un asino, con una mucca, una pecora, possiamo addestrare un canarino, insomma possiamo interagire con gli animali e avere uno scambio di sensazioni e di emozioni, ma ......
Con le api che rapporto abbiamo?, quanto possiamo dire di conoscerle?, oltre a dire che sono mansuete oppure agressive, che producono tanto o poco miele, oltre a dire se sono di razza carnica oppure ligustica oppure di razza ....., ma mi interessa sapere molto di più il rapporto profondo che riusciamo ad avere con loro, perciò apro la discussione a chi vuol dire la sua
Possiamo costruire un rapporto oltre che con il cane e il gatto anche con un cavallo, con un asino, con una mucca, una pecora, possiamo addestrare un canarino, insomma possiamo interagire con gli animali e avere uno scambio di sensazioni e di emozioni, ma ......
Con le api che rapporto abbiamo?, quanto possiamo dire di conoscerle?, oltre a dire che sono mansuete oppure agressive, che producono tanto o poco miele, oltre a dire se sono di razza carnica oppure ligustica oppure di razza ....., ma mi interessa sapere molto di più il rapporto profondo che riusciamo ad avere con loro, perciò apro la discussione a chi vuol dire la sua
sabato 15 gennaio 2011
PROGETTI D’API(CULTURA) 2011
Ad oggi mi ritrovo con tre arnie, al momento ho abbandonato la top bar a causa di problemi intercorsi con i calabroni che hanno saccheggiato e distrutto l’alveare nell’autunno/inverno 2009, nella primavera del 2010 ho popolato una nuova arnia per tornare sempre a tre alveari, ma è da questo momento che partono i progetti d’api(cultura) 2011, innanzitutto da questo post creo una nuova etichetta dal titolo “diario api 2011”, il suo intento è mettere un appunto nel blog ad ogni visita degli alveari, servirà soprattutto a me per ricordarmi quello che combino durante l’anno.
Oggi ho rifornito di candito l’arnia n°1 e n°2.
L’arnia n°1 è molto forte (circa 8 telaini di api) , stessa cosa dicasi per la n°2 (circa 9 telaini di api) , mentre la n°3 è deboluccia (circa 4/5 telaini di api).
Questo è quanto per il diario api 2011.
Passiamo ai progetti, costruzione di nuove arnie, in quanto voglio sostituire quelle attuali, allevamento di nuove regine, produzione di propoli in quantità molto maggiore di quella prodotta quest’anno, incremento degli alveari, produzione di idromele e poi un progetto per una nuova arnia con comparto estivo e comparto invernale, ne parlerò in maniera più approfondita di tutti questi argomenti a mano a mano che i progetti avanzano allegando le relative foto e misure.
martedì 22 giugno 2010
Api, miele e altri discorsi
Come ho già scritto, ma lo ribadisco io vivo in Lunigiana, una zona molto bella che ha il pregio di avere l’unico miele DOP d’Italia, o meglio ha due mieli tutelati da questo marchio, il miele d’acacia e quello di castagno, ma visto quello che scrivevo sopra circa il miele, verrà da chiedersi come mai sposto il discorso su una specie di nonsenso .........., è presto detto, tutte le medaglie hanno un rovescio e a volte peggiore del lato visibile.
Avere il riconoscimento di miele DOP è sicuramente un valore aggiunto, ma questo ha comportato dei risvolti negativi circa l’apicoltura il Lunigiana, una ricerca forsennata di produzione, uno spremere le api per avere maggior miele da vendere e un incremento di nomadisti che spostano i loro apiari in questa zona per poter avere anche loro del miele DOP con un valore aggiunto (in denaro) da vendere, tutto questo ha portato come conseguenza negativa un aumento delle morie di api, imputabili a più fattori, uno probabilmente dovuto all’alimentazione, si tende a togliere più miele possibile e poi si da come alimento del candito o cose simili, questo non può far altro che rendere più vulnerabili e indebolire gli alveari, in quanto si somministra un’alimentazione non consona all’ape esponendola alla possibilità di contrarre più facilmente malattie e virus vari, creando situazioni con inverni difficili da superare per l’alveare.
Altra conseguenza negativa che si è venuta a creare è l’aumento del nomadismo, che ha portato ingenti quantitativi di alveari nella zona creando situazioni di maggiore possibilità concreta e reale circa la trasmissione di malattie, il nomadismo sotto un certo aspetto è un’apicoltura di rapina che crea benifici solo all’apicoltore nomade e lascia all’apicoltore stanziale gli eventuali problemi legati alle malattie che si porta appresso l’apicoltura nomade.
Un’ultimo aspetto che ha degenerato la situazione è stato anche l’incremento di alveari da parte degli apicoltori stanziali, i quali hanno forse o sicuramente guardato di più all’aspetto commerciale legato al miele e al suo potenziale di vendita che non agli alveari e alle api, creando situazioni con casette vecchie o fatiscenti, creando possibili focolai di malattie.
Tutte queste cose messe assieme hanno fatto si che apicoltori presenti nella zona si sono ritrovati alla fine dell’inverno appena passato (in alcuni casi) con una mortalità di alveari pari all’70%, 80% e alcuni anche al 90% e oltre, questo vuol dire distruggere l’apicoltura e non serve andare a guardare cosa succede in America pittosto che in Australia o Canada, è inutile andare a vedere le nuove malattie come quella del disorientamento che porta alla scomparsa degli alveari ............., con una condotta sciagurata, anche in una zona DOP si riesce a fare danni a non finire, se non si presta attenzione all’alimentazione (ovvero miele e non zucchero), alle malattie (in primis la varroa), allo stato della casetta (che non deve essere fatiscente) e non ultimo il benessere dell’ape, posizionandola in una zona non inquinata, possibilmente con poco o scarso traffico e lontano da ripetirori vari e a debita distanza dai cavi di alta tensione.
Solo rispettando queste elementari norme potremo pensare poi a un miele DOP.
Chi è causa del proprio danno è inutile che rivolga lo sguardo altrove.
E ora veniamo a me, i miei tre alveari si trovano due con melario e uno senza, se li avessi spinti durante la primavera avrei potuto essere su due melari in due casette mentre rimarrebbe incerta la terza in quanto ho una regina giovane nata in primavera ma che è stata a lungo dentro l’alveare senza fare il volo nuziale (forse per due settimane) a causa del tempo brutto e freddo che ha incontrato alla sua nascita, questo ha ritardato la deposizione (se avessi acquistato una regina l’alveare sarebbe uguale agli altri due).
L’alimentazione che ho usato in primavera a causa del brutto tempo è stato del miele che avevano prodotto lo scorso anno, miele rigorosamente delle mie api, proprio per eliminare la possibilità di importare malattie usando miele di altri, questo ha quasi azzerato la produzione dello scorso anno.
Potrei portare le api in basso durante l’inverno e aproffitare delle prime fioriture primaverili e poi dell’acacia per far progredire gli alveari, ma per i motivi che ho citato prima sono contrario al nomadismo e continuo a restare stanziale in quest’apicultura di frontiera, in alto, sull’Appennino quasi a sfiorare il cielo, lasciando vivere senza troppo interferire le api, non hanno di certo bisogno che io vada a crearli altri problemi, ne hanno già tanti.
Quest’anno sono senza la top-bar che ho perso durante l’inverno forse a causa dello sciame troppo debole a inizio inverno (anzi sicuramente, gli sciami troppo deboli andrebbero uniti a fine autunno).
Non mi sono dato da fare per cercare un nuovo sciame e ripristinarla, in quanto una casetta aveva dato evidente segno di voler sciamare, io a quel punto non avendo in quei giorni del gran tempo a disposizione la ho divisa a meta 5 telaini da una parte e 5 telaini dall’altra, quella dove c’era la cella reale che stava per schiudersi era l’arnia iniziale dove sono rimaste tutte le bottinatrici, ma a causa di quanto ho spiegato prima l’arnia è rimasta ritardata rispetto alle altre due, mentre quella con la vecchia regina è riuscita a portare il suo alveare a melario.
In questi giorni è brutto tempo, domenica c’erano 10 gradi a mezzogiorno e il più del tempo pioviggina, oppure piove sul serio, ma questo non mi preoccupa, quassù deve ancora iniziare il castagno e poi ci sono tante altre fioriture secondarie e le api in questo momento godono di ottima salute e questo la dice lunga.
domenica 20 dicembre 2009
API SOTTO LA NEVE
La temperatura notturna di queste ultime due nottate ha toccato i meno dieci gradi (un freddo cane), le previsioni dicono neve anche per domani ma poi le temperature dovrebbero salire e la neve andare via.
Comunque oggi qualche ape era in volo, giusto per pulire l'intestino e non defecare dentro l'alveare e si possono vedere che alcune aprofittano del sole per scaldarsi da dietro il vetro visto che la temperatura esterna nonostante il sole è prossima allo zero termico.
Poi visto che avevo voglia di cazzegiare sono andato fino al passo della Cisa quota 1040 metri, il clima è molto più natalizio qua che lungo le vie dello shopping, qua si gela e ci vuole un bel tè caldo, ma andrebbe bene anche una cioccolata calda con tanto di panna montata, oppure vin brulè, i due bar sono aperti e a dispetto della giornata domenicale ti servono subito, non ci sono clienti in giro, non avranno mica preso paura per un pò di neve e un pò di freddo?
Non potevo fare a meno di fotografare questa bella pianta di kaki, nessun raccoglitore urbano e extraurbano che abbia pensato a raccogliere queste delizie che sono rimaste là, ma statene certi, nessun frutto cadrà a terra, ci pensano gli uccelli che lo usano come self service sempre pronto all'uso, a maggior ragione ora che si fatica a trovare cibo a terra.
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domenica 13 dicembre 2009
DICEMBRE, ... E LE API?
L'orto l'ho visitato domenica 6 dicembre sotto una pioggerellina fitta fitta e con una nebbia che toglieva l'orizzonte, alla mia comparsa nell'orto ho trovato un bellissimo capriolo che stava consumando le verdure, insalata e bietole in particolare, alla mia vista con due balzi si è sottratto alla mia vista, ma veniamo al tema : DICEMBRE, ... E LE API?
Giovedì 10 dicembre era una bellissima giornata di sole e ho deciso di prendermi un'ora per andare a vedere le api, una visita esterna per vedere se tutto era in ordine, premesso che le api si trovano a 760 mt. sul livello del mare, quindi in montagna, mi aspettavo di verere le api in volo per defecare visto che nei giorni scorsi era stato brutto tempo, solitamente nei mesi invernali l'attività dell'apiario è quasi nulla proprio a causa delle condizioni climatiche sfavorevoli e il tutto si limita a dei voli per pulire l'intestino e defecare all'esterno dell'arnia.
Ma con mia grande sorpresa, ho potuto notare che soprattutto un'arnia era particolarmente attiva e importava polline di colore giallo/arancio intenso, e molte erano le bottinatrici intente a questa operazione.
Cosa significa questo?, semplice che c'è della deposizione all'interno dell'alveare e sicuramente le api sono in buona salute, questo è avvenuto sicuramente anche complice il clima mite di questo fine autunno, anche se a rigor di cronaca devo segnalare che già una volta gli alveari sono finiti sotto la neve quest'anno, ma questo non ha impedito lo svilupparsi di covata.
Verrebbe da dire che questo è un'anno strano, ma io credo sia un'anno come un'altro, guardando i vecchi resoconti dagli untimi due secoli da queste parti ho potuto notare che si sono alternati inverni con periodi freddi e anche degli inverni insolitamente caldi (o meglio con scarsa discesa sotto lo zero), quindi penso che siamo nell'alternarsi normale del tempo e delle stagioni.
mercoledì 9 settembre 2009
API – TRATTAMENTI SI, TRATTAMENTI NO
Ho parlato tempo fa della mia esperienza con le api, ma in quel periodo la varroa era ancora una problematica che non colpiva in maniera così diffusa come oggi, perciò oggi mi vedo costretto a sperimentare come sempre, leggo molto mi informo ma poi voglio fare le mie esperienze, voglio ragionare e capire il perché delle cose, il loro funzionamento i meccanismi che lo regolano. Purtroppo devo dire che ho commesso un errore di valutazione nella conduzione dell’apiario, dovuto soprattutto alla fatica di un ragionamento lucido nel mese di agosto stritolato da quel caldo che mal sopporto e distratto da letture di libri antichi che mi stanno spingendo ad andare alle radici dell’apicultura, che mi stanno trascinando in un vortice che mi riporta alle esperienze del 1700 e del 1800, tutto questo mi ha fatto balenare un’idea in testa che vedremo se poi prenderà forma e si trasformerà in qualcosa di concreto. Ma torniamo a noi e alle mie considerazioni, eravamo rimasti con una situazione di quattro alveari, un quello regalatomi che proviene da apicoltura biologica e ho deciso di proseguire con quest’alveare su questa strada per il momento, ovvero il trattamento con timolo per un periodo di quattro settimane, cosa che ho terminato domenica scorsa.
Il trattamento con il timolo avviene in questo modo, posizionando le barrette imbevute ai quattro lati sopra i telaini e capovolgendo il coperchio per creare una cassa d’espansione, è chiaro che in questa fase bisogna togliere i melari per non intaccare il miele.
Tutta questa operazione crea un gran trambusto nelle api, che portano a termine la covata esistente, ma si tende a rallentare se non quasi a fermare la deposizione della regina, la quale se continua a deporre lo fa solo nella parte bassa dell’arnia, al’inizio molte api ronzano attorno all’arnia e poi tendono a fare una barba esterna, perché sia efficace c’è bisogno che la temperatura sia abbastanza elevata altrimenti perdiamo l’efficacia del trattamento.
A terminare il tutto dovrò provvedere verso novembre quando non ci sarà più covata a un trattamento con l’acido ossalico.
La top-bar non ha ricevuto nessun trattamento e penso di contenere il parassita in maniera naturale, ed è sotto osservazione per questo motivo, ricordo che contiene uno sciame secondario di api inselvatichite.
La nota dolente riguarda lo sciame primario che avevo diviso a suo tempo, da una parte la regina che è ancora in piena attività e gode di ottima salute su cui non è stato fatto nessun tipo di intervento, mentre sull’alveare madre era nata la regina aveva cominciato a deporre e come da mia abitudine io ho bisogno di testare e di capire, volevo verificare che differenza d’abbattimento c’era tra le api inselvatichite e quelle cosi dette domestiche, purtroppo lo sciame non ha retto allo stress forse anche a causa della sua debolezza creata dalla divisione dell’arnia e la regina ha deciso d’andarsene con tutto il suo seguito e mi sono trovato con la casetta vuota di api e miele, un vero peccato in quanto non ho potuto terminare la mia verifica, anche se per una decina di giorni ho potuto accumulare dei dati in merito, non riscontrando una grossa differenza di caduta, anzi si equivalevano molto dall’estrapolazione dei dati, ovvero scarsa presenza di varroa.
Ma vediamo da dove nasce il grosso problema della varroa destructor, abbiamo una crescita esponenziale quando vi è della covata disponibile, in parole semplici ciò vuol dire che se partiamo da un individuo otteniamo questo diagramma: 1 – 2 – 4 – 8 – 16 – 32 – 64 – 128 – 256 – 512 – 1024 – 2048 – 4096 – 8192 questo ricorda la storiella della foglia che stava sopra al lago e si moltiplicava in maniera esponenziale, all’inizio non se ne fa molto caso, ma quando la foglia ha ricoperto la metà del lago, il giorno dopo ci ritroviamo con l’intera superfice invasa e infestata dalla foglia ed è troppo tardi per porvi rimedio. Il ciclo di riproduzione di questo parassita è di 10 giorni e fate voi due conti considerando che a fine febbraio abbiamo già la prima covata e proseguiamo fino alla fine di ottobre, vale a dire circa otto mesi di covata più o meno intensa e questo permette di raddoppiare il calcolo sopra riportato che è di 14 cicli, mentree nella realtà possiamo arrivare comodamente al doppio, da questo il senso del destructor, arriviamo ad avere più varroe che api.
Considerando che è stata scoperta negli anni 60 in giappone considerando la prima comparsa ufficiale in Italia nel 1981 e ad oggi avendo raggiunto anche le parti remote del pianeta possiamo a tutti gli effetti considerarlo una piaga o un flagello per gli apicoltori, tanti ad oggi sono i sistemi provati ma nessuno ne chimico, ne meccanico, ne naturale è riuscito a debellare il problema, perciò bisognerà imparare a conviverci.
A margine di queste considerazioni, l’alveare che mi era stato regalato ha avuto una resa di miele di 27 Kg non male direi, una parte l’ho già impastata con dello zucchero a velo e a fine trattamento con il timolo ho fornito l’impasto all’alveare per stimolare la deposizione e poter invernare un’arnia forte, essendo questa caratteristica la principale per permettere alle api di svernare nel migliore dei modi, in quanto un’arnia debole andrà incontro a morte certa.
A proposito il progetto di cui parlavo sopra è quello di poter costruire qualche arnia antica e popolarla, se qualcuno ha dei link, libri, opinioni, suggerimenti in merito è ben accetto.
Il trattamento con il timolo avviene in questo modo, posizionando le barrette imbevute ai quattro lati sopra i telaini e capovolgendo il coperchio per creare una cassa d’espansione, è chiaro che in questa fase bisogna togliere i melari per non intaccare il miele.
Tutta questa operazione crea un gran trambusto nelle api, che portano a termine la covata esistente, ma si tende a rallentare se non quasi a fermare la deposizione della regina, la quale se continua a deporre lo fa solo nella parte bassa dell’arnia, al’inizio molte api ronzano attorno all’arnia e poi tendono a fare una barba esterna, perché sia efficace c’è bisogno che la temperatura sia abbastanza elevata altrimenti perdiamo l’efficacia del trattamento.
A terminare il tutto dovrò provvedere verso novembre quando non ci sarà più covata a un trattamento con l’acido ossalico.
La top-bar non ha ricevuto nessun trattamento e penso di contenere il parassita in maniera naturale, ed è sotto osservazione per questo motivo, ricordo che contiene uno sciame secondario di api inselvatichite.
La nota dolente riguarda lo sciame primario che avevo diviso a suo tempo, da una parte la regina che è ancora in piena attività e gode di ottima salute su cui non è stato fatto nessun tipo di intervento, mentre sull’alveare madre era nata la regina aveva cominciato a deporre e come da mia abitudine io ho bisogno di testare e di capire, volevo verificare che differenza d’abbattimento c’era tra le api inselvatichite e quelle cosi dette domestiche, purtroppo lo sciame non ha retto allo stress forse anche a causa della sua debolezza creata dalla divisione dell’arnia e la regina ha deciso d’andarsene con tutto il suo seguito e mi sono trovato con la casetta vuota di api e miele, un vero peccato in quanto non ho potuto terminare la mia verifica, anche se per una decina di giorni ho potuto accumulare dei dati in merito, non riscontrando una grossa differenza di caduta, anzi si equivalevano molto dall’estrapolazione dei dati, ovvero scarsa presenza di varroa.
Ma vediamo da dove nasce il grosso problema della varroa destructor, abbiamo una crescita esponenziale quando vi è della covata disponibile, in parole semplici ciò vuol dire che se partiamo da un individuo otteniamo questo diagramma: 1 – 2 – 4 – 8 – 16 – 32 – 64 – 128 – 256 – 512 – 1024 – 2048 – 4096 – 8192 questo ricorda la storiella della foglia che stava sopra al lago e si moltiplicava in maniera esponenziale, all’inizio non se ne fa molto caso, ma quando la foglia ha ricoperto la metà del lago, il giorno dopo ci ritroviamo con l’intera superfice invasa e infestata dalla foglia ed è troppo tardi per porvi rimedio. Il ciclo di riproduzione di questo parassita è di 10 giorni e fate voi due conti considerando che a fine febbraio abbiamo già la prima covata e proseguiamo fino alla fine di ottobre, vale a dire circa otto mesi di covata più o meno intensa e questo permette di raddoppiare il calcolo sopra riportato che è di 14 cicli, mentree nella realtà possiamo arrivare comodamente al doppio, da questo il senso del destructor, arriviamo ad avere più varroe che api.
Considerando che è stata scoperta negli anni 60 in giappone considerando la prima comparsa ufficiale in Italia nel 1981 e ad oggi avendo raggiunto anche le parti remote del pianeta possiamo a tutti gli effetti considerarlo una piaga o un flagello per gli apicoltori, tanti ad oggi sono i sistemi provati ma nessuno ne chimico, ne meccanico, ne naturale è riuscito a debellare il problema, perciò bisognerà imparare a conviverci.
A margine di queste considerazioni, l’alveare che mi era stato regalato ha avuto una resa di miele di 27 Kg non male direi, una parte l’ho già impastata con dello zucchero a velo e a fine trattamento con il timolo ho fornito l’impasto all’alveare per stimolare la deposizione e poter invernare un’arnia forte, essendo questa caratteristica la principale per permettere alle api di svernare nel migliore dei modi, in quanto un’arnia debole andrà incontro a morte certa.
A proposito il progetto di cui parlavo sopra è quello di poter costruire qualche arnia antica e popolarla, se qualcuno ha dei link, libri, opinioni, suggerimenti in merito è ben accetto.
mercoledì 8 luglio 2009
API - LE RAZZE E COME LA VEDO IO
Un breve cenno sulle varie razze delle api, il genere apis conta diverse specie: apis mellifica o mellifera, apis dorsata, apis cerena, apis florea, apis indica.
Possiamo definire con il termine razza un gruppo che presenta un insieme di caratteri morfologici, funzionali e fisiologici simili e trasmissibili ereditariamente.
Andrò in dettaglio solo sulle razze europee appartenenti al genere mellifica e in particolare a quelle presenti in Italia.
Voglio fare una premessa, stiamo parlando di un insetto con un’intelligenza collettiva, che ben si adatta all’allevamento in cattività, do un breve esempio per chiarire quanto penso.
Se io allevo delle lepri devo usare degli accorgimenti in quanto è un’animale selvatico che attualmente non si riesce ad addomesticare, riesco a farlo riprodurre ma ho grandi difficoltà, se lo libero si riadatta immediatamente alla vita silvestre, mentre se allevo dei conigli è tutto molto più semplice in quanto è un’animale addomesticato, ma se decido di rimetterlo nella vita silvestre, ha molte difficoltà a reinserirsi e rischia di non farcela.
Questo banale esempio per capire la differenza che passa fra il selvatico e il domestico.
Quando parlo di api penso sempre a un animale (insetto) selvatico che si adatta all’allevamento da parte dell’uomo, ma può tornare alla sua vita originaria in qualsiasi momento.
Come sempre sostengo dobbiamo salvaguardare le specie autoctone per salvare le varie biodiversità e sono contrario a tutti gli incroci e mescolamenti di razze che si stanno tentando di fare per avere una maggiore produzione di miele o una maggiore resistenza alle malattie, i rischi di questa globalizzazione che si sta cercando di fare anche con le api non porteranno sicuramente a dei miglioramenti del miele anzi, sarà come per i sapori quello che mangi a Roma ha lo stesso sapore e gusto di quello che mangi a Londra a Tokio a Toronto e così via dicendo, altro rischio oltre alla perdita della biodiversità potrebbe accadere quanto già accaduto nel 1956 in Brasile dove partendo da un piccolo gruppo di apis mellifica Adansoni con la sciamatura di essi abbiamo assistito a ibridi che hanno africanizzato le api locali sostituendole e a passo di decine di km all’anno sono arrivate nel nordamerica e l’ibrido che ne è scaturito è risultato molto aggressivo, ma tralascio i commenti in quanto in materia già molto si è scritto.
Tornando alle razze di pertinenza nazionale menzioniamo l’ape italiana (apis mellifica ligustica) dai caratteristici segmenti dell’addome di color giallo oro. Presente in tutto il territorio nazionale, ha problemi di acclimatizzazione nelle regioni fredde e piovose. L’ape comune (apis mellifica mellifica) nota anche con il nome di ape nera o tedesca è presente nell’Italia settentrionale. E’ resistente ai climi freddi e piovosi. L’ape sicula ( apis mellifica sicula) Scura di colore e più piccola dell’ape italiana è presente in sicilia. L’ape carnica (apis mellifica carnica) leggermente più piccola dell’ape comune è presente sopratutto nel Friuli. E’ resistente al freddo, ma tende alla sciamatura.
Ogni apicoltore vi parlerà sempre bene delle proprie api dicendo che sono migliori di tutte le altre, e in parte ha ragione, in quanto va salvata la biodiversità e ogni ape autoctona si comporterà sicuramente in modo migliore di una importata che deve adattarsi a un clima e un ambiente il più delle volte diverso se non sfavorevole rispetto alla zona di provenienza.
L’apicultura come la intendo io deve guardare il benessere dell’ape e non il profitto e la resa di miele, non può essere tutto mercificato e quantificato in denaro, altrimenti i cani e i gatti che abbiamo in casa visti da una logica di solo denaro sono un’enorme costo, ma ci danno qualcosa che non è quantificabile e monetizzabile con il denaro la loro compagnia e questo è anche per le api che svolgono un lavoro di impollinazione che non è quantificabile in moneta in quanto l’impollinazione è vita perché senza di essa non avremmo i frutti!
Possiamo definire con il termine razza un gruppo che presenta un insieme di caratteri morfologici, funzionali e fisiologici simili e trasmissibili ereditariamente.
Andrò in dettaglio solo sulle razze europee appartenenti al genere mellifica e in particolare a quelle presenti in Italia.
Voglio fare una premessa, stiamo parlando di un insetto con un’intelligenza collettiva, che ben si adatta all’allevamento in cattività, do un breve esempio per chiarire quanto penso.
Se io allevo delle lepri devo usare degli accorgimenti in quanto è un’animale selvatico che attualmente non si riesce ad addomesticare, riesco a farlo riprodurre ma ho grandi difficoltà, se lo libero si riadatta immediatamente alla vita silvestre, mentre se allevo dei conigli è tutto molto più semplice in quanto è un’animale addomesticato, ma se decido di rimetterlo nella vita silvestre, ha molte difficoltà a reinserirsi e rischia di non farcela.
Questo banale esempio per capire la differenza che passa fra il selvatico e il domestico.
Quando parlo di api penso sempre a un animale (insetto) selvatico che si adatta all’allevamento da parte dell’uomo, ma può tornare alla sua vita originaria in qualsiasi momento.
Come sempre sostengo dobbiamo salvaguardare le specie autoctone per salvare le varie biodiversità e sono contrario a tutti gli incroci e mescolamenti di razze che si stanno tentando di fare per avere una maggiore produzione di miele o una maggiore resistenza alle malattie, i rischi di questa globalizzazione che si sta cercando di fare anche con le api non porteranno sicuramente a dei miglioramenti del miele anzi, sarà come per i sapori quello che mangi a Roma ha lo stesso sapore e gusto di quello che mangi a Londra a Tokio a Toronto e così via dicendo, altro rischio oltre alla perdita della biodiversità potrebbe accadere quanto già accaduto nel 1956 in Brasile dove partendo da un piccolo gruppo di apis mellifica Adansoni con la sciamatura di essi abbiamo assistito a ibridi che hanno africanizzato le api locali sostituendole e a passo di decine di km all’anno sono arrivate nel nordamerica e l’ibrido che ne è scaturito è risultato molto aggressivo, ma tralascio i commenti in quanto in materia già molto si è scritto.
Tornando alle razze di pertinenza nazionale menzioniamo l’ape italiana (apis mellifica ligustica) dai caratteristici segmenti dell’addome di color giallo oro. Presente in tutto il territorio nazionale, ha problemi di acclimatizzazione nelle regioni fredde e piovose. L’ape comune (apis mellifica mellifica) nota anche con il nome di ape nera o tedesca è presente nell’Italia settentrionale. E’ resistente ai climi freddi e piovosi. L’ape sicula ( apis mellifica sicula) Scura di colore e più piccola dell’ape italiana è presente in sicilia. L’ape carnica (apis mellifica carnica) leggermente più piccola dell’ape comune è presente sopratutto nel Friuli. E’ resistente al freddo, ma tende alla sciamatura.
Ogni apicoltore vi parlerà sempre bene delle proprie api dicendo che sono migliori di tutte le altre, e in parte ha ragione, in quanto va salvata la biodiversità e ogni ape autoctona si comporterà sicuramente in modo migliore di una importata che deve adattarsi a un clima e un ambiente il più delle volte diverso se non sfavorevole rispetto alla zona di provenienza.
L’apicultura come la intendo io deve guardare il benessere dell’ape e non il profitto e la resa di miele, non può essere tutto mercificato e quantificato in denaro, altrimenti i cani e i gatti che abbiamo in casa visti da una logica di solo denaro sono un’enorme costo, ma ci danno qualcosa che non è quantificabile e monetizzabile con il denaro la loro compagnia e questo è anche per le api che svolgono un lavoro di impollinazione che non è quantificabile in moneta in quanto l’impollinazione è vita perché senza di essa non avremmo i frutti!
mercoledì 24 giugno 2009
VISITA ALL’APIARIO
Ieri 23/06/09 ho fatto una visita alle api dopo questi giorni di brutto tempo e prima che inizi la raccolta del miele di castagno ho aperto tutti i miei alveari e controllato la situazione. Sicuramente chi mi segue avrà già notato che è comparsa una nuova arnia o meglio un porta sciami, ebbene da un’analisi esterna tutto sembrava andare per il meglio infatti sotto si vedono le api che portano polline sintomo che vi è covata giovane.
Ma teniamo a mente la data che sarà rilevante per i nostri calcoli in base alle operazioni eseguite.Controllando l’arnia a vetri da 11 telaini con lo sciame primario che avevo preso di api inselvatichite ho notato che la regina non era prolifica come mi aspettavo forse si tratta di una regina vecchia, e ho deciso di sostituirla.
Vi sono vari modi di intervenire, si poteva sopprimere e mettere una nuova regina acquistata per esempio, ma non è la via che ho scelto sarebbe stata forse la più facile, ho pensato che la vecchia regina mi può ancora servire e poi mi dispiaceva sopprimerla così l’ho prelevata assieme a 3 telaini con covata, miele e api mettendola provvisoriamente nel porta sciami con due fogli cerei e solo oggi ho deciso di alimentarla visto che spostandola di posto ha perso tutte le bottinatrici. Cosa ho ottenuto con questo porta sciami? Una regina che seppur vecchia continuerà a deporre uova e alla fine potrò avere o una nuova arnia che a primavera avrà bisogno di una nuova regina giovane oppure nella peggiore delle ipotesi delle api con telaini al seguito per rinforzare le mie due famiglie.
Nell’arnia di partenza non ho tolto il melario ma ho inserito 3 fogli cerei al posto dei telaini tolti.
Cosa dovrebbe succedere? Occhio alle date ieri era il 23/06 le api prenderanno un’uovo di un giorno e creeranno una cella reale cominciando ad allevare una nuova regina.
I tempi saranno questi - 3 giorni da uovo - 5,5 giorni da larva – 7,5 giorni da pupa in totale 16 giorni dovranno passare prima che nasca la nuova regina.
Poi trascorsi altri 5/6 giorni l’ape regina farà il suo volo nuziale, e dopo pochi giorni inizia la deposizione.
A questo punto saranno passati circa 23/24 giorni e se tutto andrà bene avremo nuovamente l’arnia in funzione, ma c’è un piccolo particolare dovranno trascorrere altri 21 giorni prima che nascano nuove operaie in quest’arnia, in totale passeranno circa 45 giorni prima di aver completato il ciclo ed essere tornati a regime.
Cosa penso di aver ottenuto? Un’arnia completamente rinnovata nella sua popolazione a fine agosto, ma se tutto procederà come credo le bottinatrici adesso potranno dedicarsi alla raccolta del miele di castagno in quanto non dovranno più bottinare per nutrire la covata, perciò dovrei avere anche una buona resa di miele.Staremo a vedere cosa succede.
domenica 7 giugno 2009
ARNIA A VETRI
In questi giorni di assenza dal blog, distrattamente ho ascoltato le notizie più demenziali sulle api, prima dicono che le api stanno scomparendo poi vanno a raccontare che le api stanno ritornando, come se fossero uscite dal cilindro di un mago, solo chi non conosce il mondo delle api da notizie così contrastanti, però di questo darò un commento un'altra volta.
Ora voglio parlare dell'arnia trasparente visto che anche impegnandosi a cercare su internet le notizie al riguardo sono molto scarse per non dire quasi nulle.
Precisiamo subito una cosa, le arnie trasparenti che possiedo non sono una mia invenzione.
Ma andiamo per ordine, se cerchiamo notizie su loro veniamo sviati dalle ricerche in quanto ci portano quasi sempre a vedere le arnie sperimentali o da ossevazione a vetri a un solo telaino.
Amici apicoltori ogni volta che mi capita di parlargliene la prima domanda che mi fanno immancabilmente è: ma le api non ti propolizzano il vetro?
Come ben si può vedere anche dalle foto dei post precedenti il vetro rimane sempre bello pulito, ma concordo con loro che le api propolizzano i vetri delle arnie da osservazione, questo perchè nell'arnia da osservazione il vetro è singolo, mentre nelle mie arnie ho un doppio vetro, che ha il vantaggio di non creare sbalzi termici improvvisi e repentini, non crea spizzeri che le api propolizzano, in altre parole diventa una parete come tutte le altre a differenza che da questa entra la luce.
Le prime tracce storiche dell'uso dell'arnia a vetri risale al 1927 ad opera di M. Igoshin in Russia che fece i primi esperimenti, nel 1929 il professor Bruchanenko controllo i risultati di quelli esperimenti e in citò gli apicoltori ad allargare su vasta scala questi esperimenti visti i risultati più che positivi.
Di queste cose ne fece un cenno breve Alin Caillas nel suo manuale "Le rucher de rapport" tradotto in italiano col il titolo di "L'apiario di rendimento"
In seguito furono studiate anche da Louis Roussy uno svizzero, e infine vi fù l'arnia denomianta "France-Congo" inventata da un certo Francesco che le sperimento nelle colonie africane rimanendone sbalordito sulla loro finzionalità e sul loro rendimento.
Dopo il 1943 si perse ogni traccia, e non se ne parlò più per tantissimo tempo, finche Alfonso Crivelli non inizio una sua personale sperimentazione che portò a scrivere un libro nel 1983 con il titolo di "L'arnia trasparente".
Egli sperimento arnie a 1 facciata con vetro, simili a quelle che uso io, ma fece anche arnie a due facciate con vetri, e anche quella con entrambe le 4 pareti a vetro.
Io di nuovo ho solo costruito la Top-bar con la parete davanti trasparente.
I vantaggi sull'uso della parete a vetro sono molteplici, le api sono più docili, si possono diminuire le visite ali alveari in quanto guardando il pedalino di volo e il vetro si possono capire tante cose, il raccolto del miele è più abbondante, si hanno meno problemi con le malattie, insomma è un'arnia da provare ed è un vero peccato che venga tenuta così nell'oblio.
Posso inoltre dire che è un'arnia che va bene da nord a sud, quella a 1 vetro è ottima anche da nomadismo, unico difetto bisogna costruirsela in quanto non mi risulta ci siano ditte che la producono.
Ora voglio parlare dell'arnia trasparente visto che anche impegnandosi a cercare su internet le notizie al riguardo sono molto scarse per non dire quasi nulle.
Precisiamo subito una cosa, le arnie trasparenti che possiedo non sono una mia invenzione.
Ma andiamo per ordine, se cerchiamo notizie su loro veniamo sviati dalle ricerche in quanto ci portano quasi sempre a vedere le arnie sperimentali o da ossevazione a vetri a un solo telaino.Amici apicoltori ogni volta che mi capita di parlargliene la prima domanda che mi fanno immancabilmente è: ma le api non ti propolizzano il vetro?
Come ben si può vedere anche dalle foto dei post precedenti il vetro rimane sempre bello pulito, ma concordo con loro che le api propolizzano i vetri delle arnie da osservazione, questo perchè nell'arnia da osservazione il vetro è singolo, mentre nelle mie arnie ho un doppio vetro, che ha il vantaggio di non creare sbalzi termici improvvisi e repentini, non crea spizzeri che le api propolizzano, in altre parole diventa una parete come tutte le altre a differenza che da questa entra la luce.
Le prime tracce storiche dell'uso dell'arnia a vetri risale al 1927 ad opera di M. Igoshin in Russia che fece i primi esperimenti, nel 1929 il professor Bruchanenko controllo i risultati di quelli esperimenti e in citò gli apicoltori ad allargare su vasta scala questi esperimenti visti i risultati più che positivi.
Di queste cose ne fece un cenno breve Alin Caillas nel suo manuale "Le rucher de rapport" tradotto in italiano col il titolo di "L'apiario di rendimento"
In seguito furono studiate anche da Louis Roussy uno svizzero, e infine vi fù l'arnia denomianta "France-Congo" inventata da un certo Francesco che le sperimento nelle colonie africane rimanendone sbalordito sulla loro finzionalità e sul loro rendimento.
Dopo il 1943 si perse ogni traccia, e non se ne parlò più per tantissimo tempo, finche Alfonso Crivelli non inizio una sua personale sperimentazione che portò a scrivere un libro nel 1983 con il titolo di "L'arnia trasparente".
Egli sperimento arnie a 1 facciata con vetro, simili a quelle che uso io, ma fece anche arnie a due facciate con vetri, e anche quella con entrambe le 4 pareti a vetro.
Io di nuovo ho solo costruito la Top-bar con la parete davanti trasparente.
I vantaggi sull'uso della parete a vetro sono molteplici, le api sono più docili, si possono diminuire le visite ali alveari in quanto guardando il pedalino di volo e il vetro si possono capire tante cose, il raccolto del miele è più abbondante, si hanno meno problemi con le malattie, insomma è un'arnia da provare ed è un vero peccato che venga tenuta così nell'oblio.
Posso inoltre dire che è un'arnia che va bene da nord a sud, quella a 1 vetro è ottima anche da nomadismo, unico difetto bisogna costruirsela in quanto non mi risulta ci siano ditte che la producono.
mercoledì 20 maggio 2009
WORK IN PROGRESS TOP-BAR
Breve aggiornamento sulle api, da sopra a sotto ho messo lo sciame secondario nella Top-bar, devo dire che il risultato ottenuto sembra una cosa da terzo mondo, mi devo inchinare al risutato di orto di carta senior e junior che hanno fatto una top-bar quasi da fighetti, la mia per ora è ancora priva di coperchio, ma io sono fatto così.La mia prima arnia è stata dotata di melario e oggi 20 maggio ho cominciato a vedere i primi fiori di acacia.
Lo sciame primario è stato portato a 10 telaini, sottraendone tre a quello secondario, a questo punto se tutto va bene verso la fine della prossima settimana inserisco l'ultimo telaino e la porto a 11, così avrò un'arnia molto forte.
Lo sciame secondario è andato nella top-bar con due telaini più ho aggiunto un terzo telaino iniziato e vedremo cosa succederà, la stagione quà è solo all'inizio, per ora hanno raccolto su fiori secondari, ippocastano, quercia ecc.
Restiamo in attesa dell'acacia che da i primi fiori e poi del castagno.
Più la guardo e più sembra apicultura da terzo mondo, .......
domenica 10 maggio 2009
AGGIORNAMENTO SULLE API

Note sulla vita dell'alveare
Il giorno 7 maggio ho recuperato uno sciame secondario, fratello del primo gruppo di api selvatiche, provvisoriamente sono in un pigliasciami, ma dovrebbero andare ad abitare nella top-bar che sta procedendo spedita, dopo aver risolto alcuni dettagli abbastanza rilevanti.
Il primo sciame selvatico l'ho travasato in un'arnia a vetri da 11 telaini il 9 maggio.
Purtroppo la giornata con vento non mi ha permesso una visita accurata, ma solo il travaso.
Data Situazione Meteo Note
03/05/09 Sereno Leggermente ventoso
04/05/09 Pioggia .
05/05/09 Sereno Lievi velature
06/05/09 Sereno .
07/05/09 Sole Cielo terso con assenza di vento
08/05/09 Sereno Lievi velature
09/05/09 Sereno Leggermente ventoso
Fioriture in corso
Nella bassa valle 200 metri slm piena fioritura dell'acacia
domenica 3 maggio 2009
APPUNTI SULLE API
Inizio e rispolvero una vecchia abitudine che avevo anni fa quando conducevo il mio primo apiario, quello di segnare la situazione meteo e le varie fioriture che si susseguono durante l’anno più una serie di note collegate alla vita dell’apiario.
Uno si chiederà cosa serve tutto questo, nell’immediato non molto se non raccogliere tutta una serie di dati, ma nel corso del secondo, terzo anno e così via ci può essere d’aiuto nella conduzione del nostro apiario, mi spiego meglio, questi dati servono soprattutto all’inizio della stagione, e le fioriture spia ovvero quelle che in qualche modo danno delle svolte al progredire della stagione apistica ci possono aiutare a comprendere cosa avviene all’interno dell’alveare senza doverlo aprire.
Possiamo capire molte cose guardando le fioriture, guardando le api di ritorno dall’alveare e in partenza e guardando la situazione meteo, in questo modo ci evitiamo delle inutili visite alle arnie.
Data Situazione Meteo Note
26/04/09 Pioggia A tratti precipitazioni intense
27/04/09 Pioggia .
28/04/09 Pioggia Precipitazioni intense
29/04/09 Pioggia Neve sopra i 900 metri
30/04/09 Nuvoloso Scarse precipitazioni, freddo
01/05/09 Sereno .
02/05/09 Sereno Aumento della temperatura
Fioriture in corso
Piena fioritura dell’acero
Note sulla vita dell’alveare
Il 02/05/09 alle ore 20,00 ho preso uno sciame uscito in giornata dal famoso alveare che da anni ammiro sulla facciata di una casa, posso dire finalmente di avere uno sciame selvatico, si era posato su uno staccato a 20 cm da terra, per ora l’ho posizionato in un prendi sciami. Possiamo dire che si tratta di uno sciame primario, in quanto si è fermato a circa 15/20 metri dal luogo di partenza.
Non ci sono foto ero impreparato all'evento!
Lo sciame regalatomi il 19/04/09 è stato portato su 10 telaini di cui 2 sagomati diversamente per formare il nucleo di partenza per l’arnia Top-bar, l’inserimento è avvenuto in data 01/05/09 e la visita è stata sommaria a causa del lieve vento che tirava e disturbava le api, l’alimentazione stimolante è stata sospesa, si nota un gran traffico durante la giornata con bottinatrici che portano polline, il 02/05/09 ho registrato gli ultimi rientri di api bottinatrici verso le 19,50 segno che l’arnia a vetri permette alle api di sfruttare maggiormente la giornata.
Uno si chiederà cosa serve tutto questo, nell’immediato non molto se non raccogliere tutta una serie di dati, ma nel corso del secondo, terzo anno e così via ci può essere d’aiuto nella conduzione del nostro apiario, mi spiego meglio, questi dati servono soprattutto all’inizio della stagione, e le fioriture spia ovvero quelle che in qualche modo danno delle svolte al progredire della stagione apistica ci possono aiutare a comprendere cosa avviene all’interno dell’alveare senza doverlo aprire.
Possiamo capire molte cose guardando le fioriture, guardando le api di ritorno dall’alveare e in partenza e guardando la situazione meteo, in questo modo ci evitiamo delle inutili visite alle arnie.
Data Situazione Meteo Note
26/04/09 Pioggia A tratti precipitazioni intense
27/04/09 Pioggia .
28/04/09 Pioggia Precipitazioni intense
29/04/09 Pioggia Neve sopra i 900 metri
30/04/09 Nuvoloso Scarse precipitazioni, freddo
01/05/09 Sereno .
02/05/09 Sereno Aumento della temperatura
Fioriture in corso
Piena fioritura dell’acero
Note sulla vita dell’alveare
Il 02/05/09 alle ore 20,00 ho preso uno sciame uscito in giornata dal famoso alveare che da anni ammiro sulla facciata di una casa, posso dire finalmente di avere uno sciame selvatico, si era posato su uno staccato a 20 cm da terra, per ora l’ho posizionato in un prendi sciami. Possiamo dire che si tratta di uno sciame primario, in quanto si è fermato a circa 15/20 metri dal luogo di partenza.
Non ci sono foto ero impreparato all'evento!
Lo sciame regalatomi il 19/04/09 è stato portato su 10 telaini di cui 2 sagomati diversamente per formare il nucleo di partenza per l’arnia Top-bar, l’inserimento è avvenuto in data 01/05/09 e la visita è stata sommaria a causa del lieve vento che tirava e disturbava le api, l’alimentazione stimolante è stata sospesa, si nota un gran traffico durante la giornata con bottinatrici che portano polline, il 02/05/09 ho registrato gli ultimi rientri di api bottinatrici verso le 19,50 segno che l’arnia a vetri permette alle api di sfruttare maggiormente la giornata.
lunedì 27 aprile 2009
API, IO PARTO DA QUI
Io parto da qui, in punta di piedi, posso solo raccontare quello che farò, curioso come sempre ma con la massima attenzione verso di loro, verso un’apicultura il più possibile naturale nel vero senso della parola, non sono interessato allo sfruttamento dell’ape per produrre il miele, mi interessa il suo benessere e la sua salvaguardia, mi è sufficiente che impollini le mie piante.
Apicultura scritta apposta così un errore voluto, pensato apposta come cultura dell’ape, l’ape al primo posto.
Sono disponibile a tutti i suggerimenti, critiche, e quant’altro, ma anche a postare o meglio aprire su questo blog una discussione su cos’è l’apicultura naturale inserendo anche articoli non miei con contributo di chiunque voglia partecipare visto che almeno in Italia a parere mio vi è una grande confusione.
Ma facciamo un passo indietro, mi ero già interessato dell’apicoltura e delle api circa 27 anni fa e per circa 7/8 anni portai avanti 5 alveari, poi per cause varie regalai le mie arnie in quanto non potevo più seguirle, già allora ero più interessato alle api che ai prodotti dell’alveare, non mi interessava il loro sfruttamento ma il loro benessere, mi rendevo conto che meno gli andavo a rompere le scatole, meglio loro vivevano, dovevo rispettare il più possibile la loro vita.
Trascorsi 20 anni cerco di ripartire e scopro che l’apicoltura non è migliorata, anzi la trovo peggiorata, ora si parla di estinzione delle api trovo la cosa allarmante.
Quando penso che con 50 Euro o giù di li posso comprare uno sciame da impollinazione su 5 telaini con regina in cassetta a perdere di cartone paraffinato da usare in serra per impollinare e le api fatto il loro lavoro saranno lasciate morire in quanto la serra è chiusa e non troveranno cibo per loro trascorso il periodo dell’impollinazione, tutto questo mi sembra un’eresia una bestialità, tutto questo vuol dire snaturare l’allevamento dell’ape, vuol dire che conta più il denaro dell’ape, ma quando non ci saranno più api lo prenderemo in quel posto, senza api non c’è vita!
Come si può pensare all’ape come a qualcosa a perdere, come a qualcosa di poco o scarso valore, questo è il senso di “IO PARTO DA QUI” un’apicultura naturale.
Il mio sciame è arrivato per ora è su un’arnietta da sei telaini.

Trascorsi tre giorni per l’ambientamento trasferisco lo sciame in un’arnia di tipo Dadant a 10 favi con la facciata a sud (quella con l’apertura per intenderci) a vetro o meglio a doppio vetro e vi inserisco due telaini con foglio cereo parzialmente costruito.
Poi visto il tempo non molto buono di questi giorni (e non avendo a disposizione miele su favo) ho inserito un nutritore per aiutarle un po’, ho fatto uno sciroppo con un litro di acqua, un kg di zucchero, un cucchiaino di cremor tartaro e un cucchiaio di aceto, ho scaldato il tutto fino a 80 gradi, poi l’ho fatto raffreddare (questo tipo di alimentazione conto di darlo per una settimana non di più).
Perché un’arnia con parete trasparente? Beh …. Intanto perché già la usavo 25 anni fa e avevo notato che era migliore a mio parere rispetto a quella classica tutta buia, poi mi permette di scorgere dentro come stà andando e assieme all’osservazione dell’uscita capire cosa sta succedendo all’interno dell’alveare. Ma ne riparleremo prossimamente di quest’arnia.
Ora sono alle prese con la costruzione di un’arnia di tipo Top-bar quelle usate in alcune parti del continente africano, chiaramente in Italia a parte Nicola che ne ha costruite un paio non sono riuscito a vederne altre, perciò cercherò di fare un post prossimamente con i dati della costruzione riportando le misure in cm, in quanto tutto quello che si trova attualmente su internet è con le misure inglesi in pollici e rigorosamente in lingua inglese.
Ho allo studio anche come poi provvedere a popolarla partendo dalla duplicazione dello sciame che attualmente possiedo, ma saranno cose che vedremo quando le farò.
A rigor di cronaca devo dire che oggi sono tornato a vederle, pioveva in maniera insistente, ma c’erano ugualmente api che uscivano in volo, straordinario!!!
Apicultura scritta apposta così un errore voluto, pensato apposta come cultura dell’ape, l’ape al primo posto.
Sono disponibile a tutti i suggerimenti, critiche, e quant’altro, ma anche a postare o meglio aprire su questo blog una discussione su cos’è l’apicultura naturale inserendo anche articoli non miei con contributo di chiunque voglia partecipare visto che almeno in Italia a parere mio vi è una grande confusione.
Ma facciamo un passo indietro, mi ero già interessato dell’apicoltura e delle api circa 27 anni fa e per circa 7/8 anni portai avanti 5 alveari, poi per cause varie regalai le mie arnie in quanto non potevo più seguirle, già allora ero più interessato alle api che ai prodotti dell’alveare, non mi interessava il loro sfruttamento ma il loro benessere, mi rendevo conto che meno gli andavo a rompere le scatole, meglio loro vivevano, dovevo rispettare il più possibile la loro vita.
Trascorsi 20 anni cerco di ripartire e scopro che l’apicoltura non è migliorata, anzi la trovo peggiorata, ora si parla di estinzione delle api trovo la cosa allarmante.
Quando penso che con 50 Euro o giù di li posso comprare uno sciame da impollinazione su 5 telaini con regina in cassetta a perdere di cartone paraffinato da usare in serra per impollinare e le api fatto il loro lavoro saranno lasciate morire in quanto la serra è chiusa e non troveranno cibo per loro trascorso il periodo dell’impollinazione, tutto questo mi sembra un’eresia una bestialità, tutto questo vuol dire snaturare l’allevamento dell’ape, vuol dire che conta più il denaro dell’ape, ma quando non ci saranno più api lo prenderemo in quel posto, senza api non c’è vita!
Come si può pensare all’ape come a qualcosa a perdere, come a qualcosa di poco o scarso valore, questo è il senso di “IO PARTO DA QUI” un’apicultura naturale.
Il mio sciame è arrivato per ora è su un’arnietta da sei telaini.
Trascorsi tre giorni per l’ambientamento trasferisco lo sciame in un’arnia di tipo Dadant a 10 favi con la facciata a sud (quella con l’apertura per intenderci) a vetro o meglio a doppio vetro e vi inserisco due telaini con foglio cereo parzialmente costruito.
Poi visto il tempo non molto buono di questi giorni (e non avendo a disposizione miele su favo) ho inserito un nutritore per aiutarle un po’, ho fatto uno sciroppo con un litro di acqua, un kg di zucchero, un cucchiaino di cremor tartaro e un cucchiaio di aceto, ho scaldato il tutto fino a 80 gradi, poi l’ho fatto raffreddare (questo tipo di alimentazione conto di darlo per una settimana non di più).
Perché un’arnia con parete trasparente? Beh …. Intanto perché già la usavo 25 anni fa e avevo notato che era migliore a mio parere rispetto a quella classica tutta buia, poi mi permette di scorgere dentro come stà andando e assieme all’osservazione dell’uscita capire cosa sta succedendo all’interno dell’alveare. Ma ne riparleremo prossimamente di quest’arnia.
Ora sono alle prese con la costruzione di un’arnia di tipo Top-bar quelle usate in alcune parti del continente africano, chiaramente in Italia a parte Nicola che ne ha costruite un paio non sono riuscito a vederne altre, perciò cercherò di fare un post prossimamente con i dati della costruzione riportando le misure in cm, in quanto tutto quello che si trova attualmente su internet è con le misure inglesi in pollici e rigorosamente in lingua inglese.
Ho allo studio anche come poi provvedere a popolarla partendo dalla duplicazione dello sciame che attualmente possiedo, ma saranno cose che vedremo quando le farò.
A rigor di cronaca devo dire che oggi sono tornato a vederle, pioveva in maniera insistente, ma c’erano ugualmente api che uscivano in volo, straordinario!!!
martedì 7 aprile 2009
API
In questi giorni dovevano arrivare le api, due sciami che avevo deciso di acquistare, anche se ricordo il detto di un vecchio apicultore che recitava pressapoco così: per partire con il passo giusto e affinchè le cose ti vadano bene, il primo sciame ti deve essere regalato.
Confesso che avevo un pò di titubanza a partire così contro questo sacrosanto principio, ma poi le cose hanno cambiato verso, chi mi doveva vendere gli sciami è rimasto vittima di un avvelenamento a causa irrorazione di quelle solite schifezze che qualche scemo continua a usare a iosa sulle piante in fioritura, risultato, le api sono morte in gran numero e io sono rimasto senza i miei due sciami.
Ma ho già trovato un amico che mi ha detto che mi regalerà uno sciame, questa si che è una partenza buona!!!!!!
Nei giorni scorsi complice Nicola vedi qui mi sono fatto un "on the web" a vedere la top-bar e dintorni, ho girato siti americani, australiani, inglesi, canadesi e alla fine ho deciso che ne costruirò una anch'io, così saremo forse in tre in Italia, tanto avevo diverse tavole di abete che non sapevo come utilizzare.
Così darò il via anche a una serie di post sulle api......
Confesso che avevo un pò di titubanza a partire così contro questo sacrosanto principio, ma poi le cose hanno cambiato verso, chi mi doveva vendere gli sciami è rimasto vittima di un avvelenamento a causa irrorazione di quelle solite schifezze che qualche scemo continua a usare a iosa sulle piante in fioritura, risultato, le api sono morte in gran numero e io sono rimasto senza i miei due sciami.
Ma ho già trovato un amico che mi ha detto che mi regalerà uno sciame, questa si che è una partenza buona!!!!!!
Nei giorni scorsi complice Nicola vedi qui mi sono fatto un "on the web" a vedere la top-bar e dintorni, ho girato siti americani, australiani, inglesi, canadesi e alla fine ho deciso che ne costruirò una anch'io, così saremo forse in tre in Italia, tanto avevo diverse tavole di abete che non sapevo come utilizzare.
Così darò il via anche a una serie di post sulle api......
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